Ho letto con una certa sorpresa le dichiarazioni rilasciate alla stampa dalla Singapore Italian Association sulla mancata presentazione delle liste per il rinnovo del Comites di Singapore.
Trovo singolare che, in un comunicato che dovrebbe spiegare alla comunità le ragioni di quanto accaduto, si sia sentita la necessità di rispolverare le mie dimissioni di oltre due anni fa, liquidandole come “infantili”. Le ragioni di quella scelta furono spiegate pubblicamente il 6 giugno 2024 nell’articolo “Dignità, Onestà e Coerenza prima di tutto: perché mi sono dimesso dal Comites di Singapore”, tuttora consultabile sul mio sito. Non fu un capriccio, ma un atto di protesta contro quella che ritenevo un’inaccettabile inerzia del Comites e delle istituzioni di fronte a fatti che avevo formalmente denunciato. Chi oggi dichiara di faticare a ricordare il mio nome ricorda abbastanza bene la vicenda da liquidarla con un aggettivo. La conosce bene, e la conosceva bene già allora. Chi vuole conoscerne le ragioni può leggere quanto scrissi all’epoca. Nelle stesse circostanze, rifarei la stessa scelta.
Vale la pena notare una cosa. Nel mio articolo su comunitaitaliana.sg sull’esito di queste elezioni non avevo fatto nomi: parlavo di regole, di tempi e di responsabilità, comprese quelle del Comites uscente di cui avevo fatto parte. La risposta è stata un attacco personale a chi aveva scritto. Quando a un’analisi sui fatti si risponde con un aggettivo su una persona, di solito è perché sui fatti c’è poco o nulla da dire.
Ma veniamo alla questione che dovrebbe interessare davvero la comunità italiana di Singapore. I fatti che seguono sono tutti pubblici e documentati.
Il 31 agosto la SIA annunciava attraverso la stampa la lista “Italiani in Singapore”: quindici candidati, con nomi e cognomi, e un programma dettagliato. La lista veniva presentata “come una candidatura di ricostruzione” dopo un mandato definito “profondamente deludente”, con l’obiettivo di ricostruire “un organismo stabile, trasparente e realmente al servizio di tutti gli italiani residenti”. Il 3 settembre l’Ambasciata pubblicava il decreto di indizione, entro il termine di legge. Il 23 settembre, a dieci giorni dalla scadenza, il capolista Omar Bassalti, insieme a un consigliere del CGIE, in dichiarazioni riportate dalla stessa agenzia di stampa, lamentava l’obbligo di autenticazione delle firme dei sottoscrittori e chiedeva alla rete diplomatico-consolare maggiore flessibilità e un “servizio di prossimità” per le autentiche; secondo entrambi, l’eccesso di burocrazia rischiava di generare una “indiretta e sommessa forma di boicottaggio” nella formazione delle liste. Il 3 ottobre il termine scadeva e nessuna lista veniva presentata. Il 6 ottobre l’Ambasciata dichiarava la non procedibilità delle elezioni. Nei giorni successivi uno dei candidati della lista, in uno scambio pubblico su Facebook, scriveva che “decine e decine di firme” raccolte fuori dall’Ambasciata non erano state considerate valide e lamentava che l’Ambasciata non avesse mostrato “la stessa disponibilità” di altre sedi.
Fin qui la vicenda sarebbe spiacevole ma comprensibile. Raccogliere cento firme autenticate, in una comunità di persone che lavorano e non possono recarsi in Ambasciata negli orari previsti, può essere difficile. Ma le cento firme e le modalità di autenticazione sono fissate dalla legge e note da anni, il decreto è arrivato nei termini, e la stessa SIA oggi ringrazia l’Ambasciata per la disponibilità dimostrata. Un insuccesso organizzativo sarebbe qualcosa su cui riflettere. Ed è esattamente ciò che avevo scritto in quell’articolo: la lista non era riuscita a raccogliere le firme, le regole erano note da tempo, e farsi trovare impreparati è meno legittimo che criticarle.
Ora però la SIA mi corregge, e la spiegazione è completamente diversa: la lista era pronta, la struttura esisteva, le cento firme si sarebbero potute raccogliere. Si è semplicemente deciso di non farlo, con una scelta definita “strategica” e “lungimirante”. Della burocrazia che dieci giorni prima della scadenza veniva indicata come un rischio di “boicottaggio”, nel comunicato non c’è più traccia. E mentre un candidato della lista lamenta la scarsa disponibilità dell’Ambasciata, l’associazione la ringrazia per la disponibilità dimostrata. Il candidato dice che si è provato e non si è riusciti. L’associazione dice che si poteva riuscire e si è scelto di non farlo. Le due versioni non possono essere vere entrambe. Prendo comunque atto della correzione. Ma se è vera la versione dell’associazione, non alleggerisce la posizione di chi ha deciso. La aggrava.
Delle due l’una. Se non si è riusciti a raccogliere le firme, lo si dica chiaramente: non sarebbe la fine del mondo. Ma se davvero esistevano tutte le condizioni per presentare la lista e si è deliberatamente scelto di non farlo, la questione diventa molto più seria. Significa aver rinunciato a partecipare a un processo democratico con la conseguenza, facilmente prevedibile, che in assenza di altre liste le elezioni non si sarebbero tenute e la comunità sarebbe rimasta senza un nuovo Comites eletto. Quale interesse collettivo sarebbe stato tutelato da questa rinuncia?
C’è poi un’altra domanda. La delegittimazione del Comites negli anni passati, oggi addotta per giustificare il passo indietro, era perfettamente nota il 31 agosto. Anzi, era il motivo stesso della candidatura, presentata come “ricostruzione” di un organismo uscito da un mandato “profondamente deludente”. Il 31 agosto quel contesto era una ragione per candidarsi. Oggi è diventato la ragione per non farlo. Che cosa è cambiato nel frattempo? Il comunicato non lo dice. E se le poltrone davvero non interessano, come si legge nel comunicato, resta da spiegare perché il 31 agosto si annunciasse una lista di quindici candidati per i dodici seggi del Comites. Nessuno si candida per non essere eletto.
Quanto all’impegno che l’associazione dichiara di voler continuare “con o senza Comites”: la Singapore Italian Association è un’organizzazione privata, io stesso ne ho fatto parte e non ne contesto né la legittimità né le attività. Che continui a offrire servizi, organizzare eventi e creare posti di lavoro è legittimo, e se lo fa bene, buon per lei e per chi ne beneficia. Ma non confondiamo i piani. Il Comites riceve il proprio mandato dai cittadini attraverso le elezioni. Nessuna associazione, per quanti anni di attività e risultati possa vantare, può arrogarsi da sola un mandato equivalente. Elencare posti di lavoro e servizi non spiega perché, dopo aver annunciato una candidatura e dichiarato di avere tutte le risorse necessarie, si sia deciso di rinunciarvi.
Il comunicato parla di una decisione presa “con piena consapevolezza”. Una decisione consapevole presuppone una valutazione delle conseguenze, e la mancata elezione del nuovo Comites era una conseguenza prevedibile. Rivendicare pubblicamente quella rinuncia come lungimiranza significa assumersene anche la responsabilità politica.
Sulle mie “dimissioni infantili”, infine, una differenza molto semplice. Io rinunciai al mio incarico per una questione di principio. La SIA dichiara oggi di aver rinunciato volontariamente a partecipare a un’elezione. La mia decisione riguardava il mio posto. La loro, in assenza di altre liste, ha lasciato un’intera comunità senza una nuova rappresentanza eletta.
Sarebbe più utile, credo, rispondere a queste domande anziché dedicare spazio a polemiche personali, blog, social e fotografie. Perché una cosa è certa: il Comites di Singapore non verrà rinnovato. E se questo risultato è frutto di una scelta deliberata e consapevole, come oggi viene dichiarato, la comunità merita di sapere perché lo si è ritenuto preferibile. L’impegno per la comunità si può continuare a dichiarare. La rappresentanza democratica non si sostituisce con un comunicato stampa.
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