Identità Limitata: Il governo riforma l’accesso alla cittadinanza Italiana per discendenza

Con un provvedimento pubblicato il 28 marzo 2025, il governo italiano ha introdotto un’importante revisione della normativa sulla cittadinanza per discendenza. L’intervento, presentato come parte del cosiddetto “pacchetto cittadinanza”, pone limiti generazionali all’accesso alla cittadinanza iure sanguinis, una misura destinata ad avere un impatto notevole sulla vasta comunità di discendenti di italiani residenti all’estero, in particolare in Sud America.

Si tratta della prima riforma strutturale in materia da oltre vent’anni, adottata tramite decreto-legge per “ragioni di urgenza e necessità”, e già oggetto di acceso dibattito politico.

Un principio storico, ma unico nel suo genere

Nel panorama internazionale, il sistema italiano di trasmissione della cittadinanza si è sempre distinto per la sua ampiezza: lo ius sanguinis (diritto di sangue) consente a chiunque possa dimostrare la discendenza da un cittadino italiano di ottenere la cittadinanza, senza limiti di generazioni. A differenza di altri Paesi europei che hanno introdotto restrizioni temporali o legami culturali obbligatori, l’Italia ha mantenuto un’impostazione più aperta.

Secondo dati ufficiali, oltre 1,2 milioni di cittadini stranieri hanno acquisito la cittadinanza italiana tra il 2012 e il 2022, una parte consistente dei quali attraverso il riconoscimento per discendenza. La maggior parte proviene da Paesi con forte presenza di emigrazione italiana storica, come Argentina, Brasile, Uruguay e Stati Uniti. 🔗 Fonte: ISTAT – Cittadinanze acquisite, 2023


Cosa prevede il “pacchetto cittadinanza”

Il decreto-legge, attualmente all’esame del Parlamento per la conversione definitiva, introduce un limite massimo di due generazioni per il riconoscimento automatico della cittadinanza per discendenza. Lo ha annunciato il Ministero degli Esteri in un comunicato ufficiale pubblicato il 28 marzo 2025, specificando che la riforma non modifica le modalità di rilascio di passaporti o carte d’identità, ma incide esclusivamente sul riconoscimento iniziale della cittadinanza. 🔗 Ministero degli Esteri – Comunicato ufficiale, 28 marzo 2025

I principali punti della riforma, come riportati da fonti stampa e da commenti ufficiali, sono:

  • Limite generazionale: si può ottenere la cittadinanza solo se si è figli o nipoti di un cittadino italiano nato in Italia.
  • Decorrenza: le nuove norme si applicano alle richieste presentate successivamente all’entrata in vigore del decreto. Le pratiche già in corso potrebbero essere oggetto di norme transitorie, ancora in fase di definizione.
  • Obiettivo dichiarato: ridurre gli abusi, contrastare la “commercializzazione del passaporto” e garantire una gestione più efficiente da parte delle autorità consolari.

Il contesto: un sistema in affanno

Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2023 della Fondazione Migrantes, gli iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) sono passati da 4,6 milioni nel 2014 a oltre 6,4 milioni nel 2024, con un incremento del 40% in dieci anni. Questa crescita è dovuta in parte all’emigrazione contemporanea, ma anche all’alto numero di riconoscimenti di cittadinanza iure sanguinis. 🔗 Migrantes – Rapporto Italiani nel Mondo 2023 (PDF)

Tale aumento ha messo sotto pressione la rete consolare italiana, in particolare in Sud America, dove i tempi di attesa per un appuntamento possono superare anche i 10 anni, come documentato da numerose inchieste giornalistiche. 🔗 Il Post – “La cittadinanza italiana nelle mani dei trisavoli” (2023)

A contribuire al congestionamento del sistema è anche l’attività di agenzie private specializzate, che offrono servizi di assistenza a pagamento per pratiche di cittadinanza, creando un vero e proprio mercato parallelo del passaporto italiano. Questo fenomeno, pur legale, ha sollevato critiche da parte delle istituzioni per il rischio di trasformare un diritto civico in un servizio acquistabile.

Reazioni: tra favore istituzionale e critiche dalla diaspora

Secondo il comunicato del MAECI, l’obiettivo della riforma è “rafforzare il valore della cittadinanza come legame attuale e sostanziale con la Repubblica italiana”. Il Ministero dell’Interno, da parte sua, ha parlato della necessità di “evitare l’uso strumentale della cittadinanza UE”.

Ma non mancano le voci critiche, soprattutto tra le comunità italiane all’estero. Alcuni parlamentari eletti nella circoscrizione estero hanno espresso preoccupazione per l’impatto della riforma su chi ha già presentato domanda o è in fase avanzata del percorso.

In un’intervista rilasciata all’AISE (Agenzia Internazionale Stampa Estero), l’on. Fabio Porta, eletto in Sud America, ha dichiarato: “La cittadinanza non è solo un atto giuridico, ma un riconoscimento della nostra storia collettiva. Serve attenzione alle conseguenze umane della norma.” 🔗 AISE – Pacchetto cittadinanza: le reazioni

Cosa succede ora: i 60 giorni decisivi

Come per ogni decreto-legge, il Parlamento ha ora 60 giorni di tempo per convertirlo in legge. Sono già in discussione emendamenti per introdurre un regime transitorio o salvaguardare le pratiche avviate prima dell’entrata in vigore. La Commissione Affari Costituzionali del Senato ha calendarizzato l’esame del testo per il mese di aprile. 🔗 Senato della Repubblica – Attività legislativa

Nel frattempo, i Ministeri dell’Interno e degli Esteri stanno predisponendo circolari esplicative per fornire indicazioni operative ai consolati e ai comuni. Tali istruzioni saranno determinanti per capire l’impatto concreto della norma, specialmente sulle domande già in lavorazione.

L’identità oltre la legge

Al di là del dato giuridico, il decreto solleva questioni più ampie sul significato dell’identità italiana. È sufficiente un legame anagrafico? Serve una presenza territoriale o culturale? O può l’identità essere trasmessa anche come memoria collettiva, attraverso le generazioni?

Per molti discendenti di italiani all’estero, la cittadinanza non è solo un documento, ma un atto simbolico di riconciliazione con le proprie radici. La riforma, pur rispondendo a esigenze di funzionalità e tutela, rischia di interrompere questa connessione emotiva, costruita pazientemente nel tempo.

Italianità oltre i documenti: una questione di legami, memoria e futuro

La riforma introdotta dal governo, pur rispondendo a esigenze amministrative e di efficienza, riaccende una domanda antica e mai del tutto risolta: cosa significa oggi essere italiani?

Nel corso del Novecento, l’italianità ha superato i confini geografici. Ha viaggiato nelle valigie degli emigranti, si è trasmessa nei racconti dei nonni, nelle tavole delle domeniche argentine, nei dialetti sopravvissuti nelle case del New Jersey o nelle parrocchie del Brasile meridionale. In molti casi, ha continuato a vivere nonostante la distanza, la cittadinanza di un altro Paese, persino la perdita della lingua.

Per questo, l’identità italiana è forse una delle più diffuse e resilienti al mondo: capace di trasformarsi senza dissolversi, di adattarsi senza dimenticare.

Limitare l’accesso alla cittadinanza per discendenza significa, inevitabilmente, ridisegnare i criteri dell’appartenenza. Significa privilegiare una prossimità anagrafica rispetto a una fedeltà affettiva o culturale. Eppure, proprio quest’ultima – difficile da codificare – è quella che ha mantenuto vivo, per decenni, il legame tra l’Italia e le sue comunità nel mondo.

Essere italiani, oggi, non è soltanto avere un passaporto con scritto “Unione Europea – Repubblica Italiana”. È riconoscersi in un patrimonio condiviso di lingua, gesti, memoria, paesaggi. È sentire una parte di sé appartenere a qualcosa di più grande, anche a distanza di tempo e di spazio.

La riforma legislativa segna senza dubbio un cambio di rotta. Ma resta aperta una sfida più profonda: riuscire a mantenere viva l’italianità anche oltre le regole giuridiche, valorizzando le storie familiari, i legami culturali, l’impegno delle nuove generazioni della diaspora.

Perché l’Italia, se vuole continuare a essere ciò che è sempre stata – una nazione di storia e di cuore – non può permettersi di guardare ai suoi figli lontani solo attraverso gli occhi della burocrazia. Dovrà, piuttosto, continuare a riconoscere in loro una parte viva del proprio futuro.

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